IL GRANDE MATEMATICO

LA LEZIONE DI MATEMATICA

Un bel giorno Teresa mi chiese di darle qualche lezione di matematica e quando Teresa chiedeva qualcosa, con quei suoi modi morbidi e ammiccanti, non si poteva certo rifiutare.

Avevo 16-17 anni e stavo scrivendo (parola grossa!) un poema in endecasillabi intitolato “L'ala del folle”, imperniato sul tema che era in quel tempo l'epicentro di ogni nostro interesse: le donne.

Cosa sapevamo noi delle donne? Beh, tolte le dicerie, le pure invenzioni, le false testimonianze e le cose apprese in sogno e riportate come fossero vere, restava ben poco e neanche di prima mano: una somma di conoscenze a carattere omeopatico, del tipo che meno ne sai e più ne parli, nell'ardente attesa di fatti e situazioni di là da venire, ma che ci avrebbero finalmente illuminato le menti.

Ma torniamo a Teresa.

Tanto per cominciare, diciamo subito che Teresa era una ragazza abbastanza carina.

Precoce e di aspetto gagliardo, Teresa suscitava in tutti noi sensazioni che non avevano nulla a che fare con la matematica. Ma che brillasse per perspicacia, beh, questo erano veramente pochi quelli disposti a giurarlo.

Dio mi perdoni se ora dico questo, ma quella benedetta ragazza rispondeva con una risata a qualsiasi cosa le dicessi, al punto che mi sembrava d'esser scemo.

Senza parlare della matematica, poi: mi ci vollero tre settimane per farle capire che più per meno faceva meno, e che più per più faceva più, m'illudo che se ne sia mai davvero convinta.


“Ma a me la matematica non piace!”, gnugniva lei, mentre io la sospingevo tra numeri negativi e minimi comuni multipli, in un turbinìo di parentesi tonde, quadre e graffe.

Diciamoci la verità: a Teresa non importava niente delle espressioni algebriche e non veniva a casa mia per calcolare. Anche un fanciullo ritardato, quale io ero, lo avrebbe capito.

Ed io lo avevo capito, ve lo giuro! Solo che, a causa di una fifoneria adolescenziale che tardava ad abbandonarmi, mi rifiutavo di accettarne le conseguenze, ecco tutto.

Ma ormai eravamo in ballo e, dato che stavamo lì con i quaderni in mano, decisi che tanto valeva insegnarle qualcosa.

Il punto di partenza era scoraggiante: mi accorsi subito che l’algebra appariva ai suoi occhi come un lista di crudeltà senza capo nè coda, in cui alcune cose si capiscono subito ma non servono a niente, mentre altre, che magari sembrano delle emerite stronzate, sono invece importantissime.

Però quando Teresa acquisiva una regola se ne innamorava sul serio e la voleva applicare sempre. In questo era passionale, come quei muli che, sperimentata una particolare pista, non c'è modo di fargli cambiare strada. Allo stesso modo, la benedetta fanciulla non riusciva ad accettare il fatto che ciò che funziona in certi contesti, è sbagliatissimo in altri.

“Ma perché no?”, esclamava in questi casi.

“Non si può fare! Non-si-può-fa-re!”, le gridavo io.


Mi piacerebbe poter dire che la causa di tutti i suoi guai con la matematica fosse lo scarso impegno nel risolvere gli esercizi, ma non è così.

Delle volte, anzi, lei aveva dei veri e propri conati di entusiasmo calcolatorio, durante i quali, preda di una specie di febbre numerica, cominciava a spostare i vari addendi da un membro all’altro delle equazioni, mescolando le parentesi in un modo che lo scrittore argentino Borges avrebbe definito vertiginoso.

Più volte dovetti sgridarla per questi suoi impeti, come quella volta che le strappai di mano la penna urlando “Chiudi questa parentesi, cazzo!” con la grazia di una tigre.

Fu solo col tempo, e anche ora, dopo tanti anni che non la vedo, che capii ciò che per altri era sempre stato ovvio: Teresa, nonostante non sapesse cosa fossero i numeri negativi, non era affatto la ragazza scemotta che diceva qualcuno.

Per quanto riguardava me, quale fidanzato in pectore, non era certo mia intenzione lamentarmi: in quella landa desolata, dove, nell’eterna siesta il sole batte sempre a perpendicolo sulle teste degli abitanti, e dove l'unico posto dove un ragazzo poteva incontrare una ragazza era la sede dell'Azione Cattolica, era già tanto che si riuscisse a procurarsene una, figuriamoci voler trovare il pelo nell'uovo.

Teresa era figlia legittima del villaggio e del suo eterno medioevo e, con ogni probabilità, non avrebbe lasciato il solco che già sua madre aveva percorso: ad un certo punto avrebbe avuto un marito, una casa, dei figli e in essa il ciclo della natura avrebbe trovato quel compimento naturale per il quale tutta la baracca si tiene su.

E mentre la guardavo, alle prese con le mie espressioni, non potevo fare a meno di pensare che un bel giorno, tra 5 o 6 anni, lei avrebbe fatto un sorrisino nella giusta direzione, lo sguardo languido, un sospiro, e il cerchio si sarebbe chiuso: nel giro di un anno si sarebbe riprodotta, per poi quadruplicarsi, centuplicarsi e, come per mitòsi, il bisogno di lezioni di matematica sarebbe dilagato per l’Universo.

Quella sera non avevo voglia di complicazioni e dunque le assegnai un esercizio semplice-semplice: presi un bel foglio bianco e, proprio a metà del primo rigo, scrissi:

5/2-3/4=

Non era la prima volta che Teresa aveva affrontato un calcolo del genere, anche se, devo dire, sempre in maniera diversa e originale. Ma questa volta la vidi indugiare più del solito.

“Forza, Teresa”, le dissi, “facciamo questa sottrazione”, mentre lei, a capo chino, penseriosa come non mai, cancellava qua e là con la gomma alcuni segni di matita sulla carta. Quando il foglio fu ben pulito, seguirono lunghi minuti durante il quale Teresa tirò più volte un certo numero di linee frazionarie da una parte all'altra del foglio, che poi ricancellò per rifarle altrove, più in basso.

Man mano che i minuti passavano il suo rapporto col foglio diveniva più profondo e sofferto, mentre la testa si abbassava sempre più, come il menisco di un termometro, il termometro delle nostre sorti e delle sorti del Sud Italia.

Come l’Andrea Doria, colpita su un fianco, il calcolo di Teresa si inabissava davanti ai miei occhi, tra lo scricchiolio delle assi.

Qualche volta, in certi momenti di rilassamento, mi capita di abbandonarmi a riflessioni piuttosto peregrine. Quella volta, l’immagine di Teresa alle prese con le sue frazioni mi fece venire in mente la scena iniziale del film di Kubrick “2001 Odissea nello Spazio”.

“Caspita!”, dissi tra me e me “pensa un po' se, fin dai primi uomini il nostro livello medio fosse stato questo. A quest’ora, sarei qua attorno con una clava in mano, a difendere la mia caverna, e Teresa sarebbe qui ad aspettarmi, vicina al fuoco, seduta per terra, untuosa e pidocchiosa come una scimmia. E passerebbero milioni di anni, e non migliaia, prima che Apollonio scrivesse il suo trattato sulle Sezioni Coniche!”.

La seconda immagine che mi venne in mente fu quella del conflitto nucleare totale.

Beh, in quegli anni, l'idea della guerra atomica non era una possibilità remota, come è adesso (speriamo). Ecco perchè pensai alla bomba. La razza umana estinta, tranne Teresa, l’unico superstite del più intelligente e metafisico tra gli animali che abitarono la Terra: una macchina perfetta, sana, con un sistema immunitario ultra-specializzato e un sistema nervoso che è un vero gioiello di elettronica digitale.

Ebbene, mi chiedevo, una simile creatura, abbandonata a se stessa, quanta parte sarebbe stata capace di ricostruire del sapere umano? Il sistema metrico decimale sopravviverebbe? O perderemmo per sempre secoli e secoli di scienza?

Intanto, come il Lettore ha capito, il calcolo di 5/2-3/4 era fermo al nastro di partenza e io, come sempre, approfittavo di queste interminabili attese per guardarla, per ammirarla in segreto.

E mi pareva di vederlo quel visetto campeggiare sopra i banchi della 3F, la testa leggermente reclinata da un lato, l’occhio vacuo, il fuoco all’infinito, con quella tipica espressione facciale di chi afferra le cose a pezzi. Un pezzo qua, un pezzo là …


Una domenica di giugno (faceva un gran caldo) passeggiavamo, come tutti i bravi giovani del paesello, su per Santa Vara, l’unico luogo in cui ragazzi e ragazze del paese potevano incontrarsi senza essere inseguiti dall'occhio cattivo dei parenti.

Teresa indossava un vestitino a fiori tutto spiegazzato, come di chi è ruzzolato giù dalle scale. Odiavo quel vestito fin dalla prima volta che glielo avevo visto. Le dava quel vago aspetto di ragazza madre, piuttosto fastidioso.

“Lo sai, Teresa”, le dissi ad un certo punto, raccogliendo qua e là qualche mora, “che in questo preciso istante io e te ci troviamo su un piccolo pianeta di pazzi che gira vorticosamente su se stesso e sfreccia nello spazio alla velocità di 30 Km al secondo, relativamente al sole? Non ti spaventa tutto ciò? Non ti chiedi mai: dove stiamo andando, cosa sarà di me, ha un senso la mia esistenza?”.

Teresa mi guardò senza rispondere. Credetti per un attimo che volesse chiedermi come mai avessi specificato “relativamente al sole”. Invece, d’un tratto, scoppiò in una tale risata che fece girare di scatto i due che erano avanti a noi. Allora mi chiesi, dubbioso, se non l’avessi sforzata troppo con quella benedetta algebra.

“Ma sì”, pensai, “Cribbio! Dopotutto non è così importante, e meno che mai lo è per Teresa”.

Chi ha una certa pratica di queste cose, sa che nella mente degli adolescenti, oltre la matematica, frullano anche teorie assai meno immateriali. Così, un pomeriggio, mentre fuori il sole faceva ribollire l'asfalto, come sempre capita da queste parti, dissi a Teresa che avrei preferito fare lezione da me, a casa mia.

La proposta pose Teresa in uno stato di agitazione e di nervosismo. Si dice che certi animali siano capaci di avvertire l'arrivo dei terremoti. Forse fu proprio grazie ad un istinto del genere che Teresa cominciò a sfoderare una gran quantità di scuse, tutte volte a non venire.

L’adolescente si stupisce della fantasia, della varietà e dell’estro di cui una fanciulla è capace quando deve scovare sfumature e alternative, lì ove invece il maschietto si rappresenta un banale sviluppo lineare, diretto, inevitabile.

Ma neanche io fui da meno, però. Ce la misi tutta. Fui così vago, ma così vago, che Teresa accettò e venne.

Mia madre era su in cucina; non si sarebbe accorta di nulla. Mi misi alla finestra e tenni d’occhio la strada. Da giù alla mia stanza non c’erano che poche scale. Superate quelle, il resto era relativamente facile: ci saremmo chiusi là dentro e avremmo fatto insieme tanta buona matematica.

Diedi qualche biglietto da mille a mio fratello e lo allontanai. Considerando che una partita a biliardino costava allora solo 50 Lire, calcolavo che non sarebbe rientrato prima di tre ore.

Quando Teresa entrò nella stanza, ci sedemmo al grande tavolo di legno e le assegnai subito un paio di frazioni di quelle veramente toste. Avevo bisogno di tempo. E quella volta, chissà perché, Teresa calò la testa sui fogli con una lena che avrebbe stupito Tycho Brahe, il famoso astronomo che trascorse la vita calcolando a mano le orbite dei pianeti.

“Sei proprio un baccalà”, mi dicevo, e invece di prenderle la mano o stringerla a me e baciarla, ripassavo mentalmente la lista dei miei dubbi, delle mie indecisioni, delle mie paure.

Volli provare a stupirla mostrandole la mia opera in endecasillabi. Tirai fuori un blocco di qualche centinaio di fogli dattiloscritti: i miei 8000 endecasillabi sciolti. Il lavoro di mesi.

Lessi qualche terzina, qua e là, mentre lei mi ascoltava masticando una chewing-gum, e mai i miei versi mi sembrarono così vacui e assurdi come quella volta.

Ma come avevo potuto pensare di impressionare Teresa con degli endecasillabi, e pure sciolti?

Cosa avrei dato per avere su di me lo stesso sguardo di ammirazione e di stupore con cui Teresa aveva guardato suo cugino montare le scale quattro gradini per volta, o mangiare tre chili di anguria tutti insieme, o sputare più lontano di chiunque altro! Allora sì che l’occhio di Teresa si sarebbe illuminato, non certo di fronte ai miei sfigatissimi endecasillabi.

Del resto, cosa altro potevo fare se non quello di convincere Teresa che io ero io, e cioè un evento unico e irripetibile e che era per questo motivo che lei aveva scelto me, tra milioni di altri italiani maschi?

Come convincere Teresa che non era il caso che sceglieva per noi, come un diavoletto le sussurrava, ma che si trattava dei destini di un grande amore a cui aveva posto mano e cielo e terra?

Non c’erano alternative. Se qualche volta, saggiamente, sedato l’impulso iniziale, occorre fermarsi per decidere se procedere deduttivamente o induttivamente, in questo caso non avevo alcun dubbio: anche un cretino si sarebbe accorto che Teresa andava conquistata in qualche altro modo.

L’attuale saggezza mi suggerisce di stendere un pietoso velo su quello che successe in quella stanza: l’armi e gl’amori, il ridicolo che me ne venne e tutto il resto.

A tutt’oggi, quando ci penso, un po' mi viene da ridere.

Chissà che fine avrà fatto Teresa e se qualcuno si è mai preso la briga di spiegarle cos’è un endecasillabo.

Su una sola cosa non ho dubbi: che in tutti questi anni Teresa non ha mai avuto necessità di sottrarre un numero grande da un numero piccolo, dimostrando così che si può vivere benissimo con la sola metà positiva dell’asse dei Numeri Reali, e che ora è certamente felice e si è completamente scordata del grande matematico. 1)



1Michele Andreoli, L84

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(C) M. Andreoli