racconto

 

LA DISPENSA

Giunto all'età di 34 anni Domenico decise che era il caso di sposarsi e, giacché la cosa doveva avvenire non nella parrocchia dove era stato battezzato ma in una grande e nebbiosa città del Nord, gli toccava recarsi al paesello d'origine e chiedere formale dispensa.

Dispensa: che bella parola.

Domenico se la fece passare da una parte all'altra della bocca un paio di volte: per uno come lui, ricercatore universitario di topologia algebrica, quella era addirittura una parola meravigliosa, traboccante di formule e di teoremi.

No no: non si trattava del tipo di dispensa che poteva scrivere Domenico, purtroppo.

Questa dispensa andava chiesta a lui, al personaggio che più aveva influito, nel bene e nel male, nell'educazione sua e di tutti i ragazzi del paese: a Don Carmelo, il prete, l'uomo nero che aveva tenuto e teneva saldamente nelle sue mani le redini della comunità e la cui voce stentorea si poteva ancora sentire quando, in testa alla processione, egli si girava e gridava: “Quelle figlie e quelle spose, Che son tanto tormentate, O Gesù, ché Voi l'amate ...

Domenico chiese due giorni di ferie e partì tranquillo, sicuro che il rispetto reciproco, se non l'amicizia, che aveva sempre contraddistinto il loro rapporto, avrebbe appianato ogni difficoltà che il mancato preavviso avrebbe potuto creare.

Quando dai finestrini del treno intravide i tetti delle prime case, Domenico non potè fare a meno di pensare alla scenetta di Corrado Guzzanti, là dove un telespettatore pone al santone Quelo la seguente domanda: “C'è vita nell'Universo?”, e il santone risponde: “Non lo so. Forse giusto il sabato sera”.

Ecco, nel paese di Domenico la risposta corretta sarebbe stata: “Neanche il sabato sera”.

Dovete sapere che nel paese di Domenico non c'erano discoteche, nè altri luoghi “promiscui” ove maschi e femmine si potessero incontrare senza dare scandalo, ad eccezione di uno: quello che chiamavano “la Sede”, e cioè i locali dell'Azione Cattolica: una piccola stanza dietro la chiesa, con i muri di calce bianca, sui quali qualcuno aveva dipinto tanti ovali a forma di pietra, l'unico luogo ove l'adolescente potesse approcciare l'inesplorato continente dell'altro sesso, al sicuro dalle illazioni velenose e dalle vendette trasversali.

Il sabato sera i ragazzi più morigerati si ritrovavano in questa specie di grotta e, sotto la guida del sacerdote, intavolavano discussioni sugli argomenti più disparati: dall'attualità alla televisione, dall'aborto al divorzio, temi molto in voga in quegli anni, ma anche questioni più squisitamente da programma scolastico, come il processo a Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo, etc.

Terminata la parte “dottrinale”, il buon parroco gli faceva recitare il Pater Noster e si ritirava, mentre i ragazzi accendevano lo stereo e si lanciavano nelle loro (ahimè) ruspanti danze tra le sedie di paglia sfilacciate, mentre la grande statua di gesso con la scritta “Quis ut Deus?” li fissava dall'alto con espressione bonaria.

Domenico, in particolare, non aveva mai dimenticato le serate che avevano dedicato a Lutero e alla Controriforma. In classe avevano a lungo discusso della vendita delle indulgenze ai tempi di Leone X e dell'opportunità o meno che la Chiesa accettasse denaro per favorire la salvezza dell'anima. E fu a lui che toccò tenere la relazione settimanale, in piedi, di fronte a tutti, mentre gli occhi di Teresa lo guardavano scintillanti.

La presenza di argomenti di scuola in quelle discussioni del sabato non deve meravigliare: Don Carmelo non era soltanto il loro parroco, cioè colui che li aveva battezzati e cresimati: egli era stato anche il loro insegnante di religione alle elementari, alle medie e (per quelli che facevano lo scientifico) anche alle superiori.

Il nastrino del colletto inamidato del loro grembiule aveva mutato più volte colore in quegli anni: bianco, poi blu, poi a due colori, fino al tricolore dell'ultimo anno, mentre sulla cattedra si erano alternati decine di professori e di supplenti, ma per la religione no.

Unico tra gli insegnamenti, quello religioso aveva goduto di una continuità didattica sconosciuta alle altre discipline: sempre Don Carmelo, dai 6 fino a 19 anni.

In alcuni giorni della settimana “in Sede” si teneva anche una specie di “doposcuola”, a titolo gratuito, dove Don Carmelo, la cui conoscenza delle lingue classiche era giudicata (e forse era davvero) sterminata, aiutava per il latino e il greco, e Domenico collaborava per la matematica.

Tra scuola e vita di paese, questo sacerdote era sempre stato nel centro esatto del loro sistema educativo.

Egli sapeva tutto di tutti: i fatti noti e meno noti capitati a loro, ai loro parenti, ai loro vicini e ai parenti dei vicini, fino ad arrivare a livelli di dettaglio cronachistico che solo chi ha accesso alla fonte primaria per eccellenza (e cioè la confessione) può vantare.

Per cui potete ben capire lo stupore che prese Domenico quando udì distintamente la voce di Don Carmelo che gli diceva: "Calma, Domè ... Non te lo posso mica fare subito il certificato!".

"E come mai?", rispose Domenico esterrefatto.

"Devo fare qualche indagggine. E che ne so io che non ti sei già sposato da qualche altra parte? C'è il reato di bigamia, figlio mio!", rispose il prete.

Domenico rimase di sasso.

Ecco qua: l'uomo a cui egli aveva confessato tremante i suoi piccoli peccati di bambino; l'uomo che aveva partecipato a tutti i suoi consigli di classe, dalla prima elementare alla quinta liceo; l'uomo che aveva pronunciato appassionanti orazioni funebri sui suoi primi morti; l'uomo che era andato a salutare ogni estate per sentirsi chiedere tutte le volte: “uè, guagliò, ma quand'è che ti sposi, eh?”; l'uomo che gli aveva somministrato tutti i sacramenti (ad eccezione del penultimo e dell'ultimo, grazie a Dio), quell'uomo ancora sentiva di dover fare qualche indagggine su di lui, e proprio ora che, avendo chiesto due giorni di ferie, egli veniva a chiedergli la dispensa per sposarsi nella remota e nebbiosa città del Nord.

“Sposato da qualche altra parte, Don Ca'??”, disse allora Domenico, “ma se io è già tanto che mi sposo una volta, e voi lo sapete! E poi, che indagine dovete fare? Qui ci vuole un sacco di tempo e io ho chiesto solo due giorni di permesso!”.

“Eh”, rispose il sacerdote, “io devo vedere, guardare, devo cercare, devo controllare tutte le carte!”, e mentre accompagnava il giovane alla porta, ancora gli diceva: “E' tutta questione di carte, carte, non si finisce mai con queste carte! Non bastano mai! Qui ci può volere anche una settimana. Chiedi qualche altro giorno di ferie!”.

Scendendo la piccola rampa di scale che dalla casa del parroco portava in piazzetta, Domenico incontrò suo zio.

“E allora?”, chiese lo zio, “te l'ha fatto il certificato?”

Domenico spiegò a suo zio com'era andato il colloquio, del rischio di bigamia, delle indagini da fare, delle carte che mancavano, e di come tutto questo l'avrebbe costretto a chiedere altri giorni di ferie, e questo solo per un certificato!

Lo zio guardò il nipote con uno sguardo tra il dubbioso e lo schifato, ma molto più schifato che dubbioso.

E dopo averlo guardato a lungo, senza parlare, muovendo a tratti la testa su e giù come fanno i cavalli quando sono contrariati, alla fine parlò: “Con tutti i soldi che tuo padre ha speso per farti laureare non hai capito un cazzo della vita, nipote mio! Le carte che Don Carmelo vuole sono queste ….” e squadernò il portafogli davanti agli occhi allibiti del povero Domenico, tanto esperto in topologia algebrica, quanto ignaro delle cose che veramente contano nella vita.

“Che stupido che sono stato”, pensò tra sé e sé Domenico, mentre suo zio lo spingeva su per le scale che conducevano alla casa del parroco.

Oddìo, non che egli fosse così sprovveduto da non sapere che anche per le cose di chiesa c'è una tariffa: per il battesimo, per le messe, per il matrimonio, per i funerali, per tutto c'è una tariffa. Quello che la sua mente si era rifiutato di accettare e che, in fondo, lo aveva indotto nell'errore, era l'idea che la tariffa si applicasse anche a lui, allo stesso Domenico con cui tante volte quel prete aveva diviso la fatica del doposcuola, allo stesso Domenico che aveva lodato pubblicamente per quella bellissima relazione su Leone X e sul viaggio di Lutero a Roma.

Sì sì, è sciocco credere di essere eccezionali o, peggio, di occupare un posto speciale nel cuore di una persona soltanto perché è quella persona che lo occupa nel nostro, ma la tariffa si applicava eccome.

Giunti davanti al portone, lo zio bussò e la faccia rubiconda della perpetua non tardò ad apparire tra le due ante semichiuse.

Dite a Don Carmelo che scusasse, ma quello il ragazzo è guaglione ….” disse suo zio, facendo passare tre carte da 50 mila dalle sue mani a quelle dell'anziana donna, e aggiunse:

Deve sempre chiederle, le ferie?”

Niente ferie” – rispose la donna, dopo essere entrata per un attimo, e poi uscita: “domattina il certificato è pronto.” 1)


Gewiß, sobald das Geld im Kasten klingt, können Gewinn und Habgier wachsen, aber die Fürbitte der Kirche steht allein auf dem Willen Gottes.

(Certo è che al tintinnio della moneta nella cesta possono aumentare la petulanza e l'avarizia: invece il suffragio della chiesa è in potere di Dio solo)

(Martin Lutero, tesi n 28)


(il riferimento a fatti e persone reali è da considerarsi casuale)

1Michele Andreoli © 2014

 

(C) M. Andreoli