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Ma mi raccomando!

LA VOLTA CHE SUONAI BANDIERA ROSSA

dedicata al compianto M° Antonio Buono


Il nostro Maestro aveva una cagnetta dal pelo fulvo, di nome Lulù.

Lulù non si perdeva mai una prova e, quando la banda suonava “in casa”, cioè al paese, era la prima ad arrivare in piazza.

Arrotolata attorno alle gambe o sdraiata ai piedi del leggìo, Lulù non lasciava mai il padrone, se non per qualche breve sortita cui la natura canina, che l’educazione musicale non aveva certo cancellato, di tanto in tanto la costringeva.

Noi eravamo felici di avere Lulù fra gli spettatori perché Lulù, al contrario degli umani, non era mai stanca della nostra musica. La quale, ammettiamolo, qualche volta scendeva paurosamente di qualità.

Certe sere, quando la concertazione languiva o quando la cagnetta era particolarmente in vena, noi guardavamo più le oscillazioni della sua coda che la bacchetta del Maestro, al punto che bisognavva allontanarla con una pedata.

Meglio a lei, che a noi!” pensavamo in cuor nostro, tra una semi-biscroma e l'altra.

Eh sì perché, diciamolo, il nostro Maestro (una personalità estremamente carismatica e che, a quanto si diceva, era stato primo clarinetto nella banda dell'Aeronautica ai tempi del fascismo, e fascistissimo lui stesso), se si arrabbiava non te le mandava certo a dire!

Una volta, di fronte al trombettista che incespicava sulla stessa battuta per la decima volta, costringendoci a riprendere dal “segno al segno”, il Maestro perse la pazienza e gli lanciò la bacchetta gridando: “ma è possibile! pe 'na mmerda 're croma!!!”.

Voleva dire: per una croma di merda dobbiamo togliere il pezzo dal repertorio. Cosa che poi effettivamente avvenne.

Un'altra volta, a scatenare la sua ira fui proprio io. Beata gioventù, ero un ragazzino di 14 anni. Quante cose non sapevo!

Io avevo cominciato col sax e quella era una delle mie prime lezioni “ufficiali”, anche se a casa avevo a lungo sperimentato con lo strumento, cercando di mandare a memoria qualche motivetto facile facile.

Eravamo sotto elezioni e, che vi devo dire, il motivetto che mi era parso più abbordabile, per averlo sentito quasi ogni giorno dai megafoni che annunciavano i vari comizi, era proprio “Bandiera rossa”.

E fu quello il primo che imparai.

In quegli anni il paesello era attraversato da divisioni politiche che mettevano la mamma contro il figlio, lo zio contro il nipote, il prete contro il farmacista, il dottore contro il prete, etc, con una intensità che ai giorni nostri è sconosciuta.

Purtroppo, il Maestro era apertamente schierato con una parte politica per la quale il pezzo su cui mi ero a lungo esercitato suonava come provocazione pura.

Ma io queste cose non le sapevo né le potevo capire: per me quel motivetto, “Avanti, o popolo”, era soltanto un motivetto facile da fare, e tutte le volte che lo facevo mio padre mi dava 50 lire per il bigliardino. E questo mi bastava.

E anche quella sera, aspettando che il Maestro finisse di cenare e scendesse giù nello scantinato, mentre gli altri solfeggiavano e riscaldavano gli strumenti, io, tronfio di orgoglio per il mio recente progresso da autodidatta, diedi fiato “alle trombe”, anche se il mio era un sax, sparando alto il mio “avanti o popolo”, con l'ardore incosciente della gente giovane e politicamente ignara.

Non avevo neanche finito la prima strofa che udimmo il colpo secco di una porta che sbatteva al piano di sopra, seguito dallo scalpitìo concitato di passi che scendevano veloci.

Nello scantinato, intanto era calato il silenzio. Evidentemente - ma non a me - agli altri quel ritmo di scarpe era ben noto.

D'un tratto il Maestro comparve, rosso in viso, e con lo sguardo di fuoco puntato proprio verso l'unico fesso che aveva ancora lo strumento tra le labbra: io.

“Tu!”, disse puntando il dito verso di me, “Bandiera rossa te la suoni a casa tua, hai capito?”

Io feci di sì con la testa e anche in seguito, quando gli anni e le vicissitudini della vita, guarda caso, mi avrebbero condotto verso posizioni davvero affini a quel motivetto, mai, mai più sono riuscito a suonarlo.

Ecco, chi era il nostro Maestro!



Tornando a Lulù, che l’animale avesse sviluppato una qualche sensibilità alla musica è fuori dubbio.

E’ noto che i cani a volte entrano in tale simbiosi col loro padrone da poterne avvertire gli umori anche da manifestazioni minime, che nessun altro percepisce.

Forse è per questo che Lulù sembrava a volte approvare e a volte disapprovare la nostra esecuzione: in pratica anticipava con la coda quello che sarebbe stato il giudizio (sempre molto più severo) del Maestro.

Essa, semplicemente, manifestava col corpo ciò il Maestro ci avrebbe … lanciato addosso alla fine del brano.

Nelle sere in cui c’era scuola di solfeggio e non di strumento, Lulù si trasformava in assistente.

Quando qualche allievo sbagliava vistosamente, Lulù gli abbaiava contro.

Se invece l’allievo ingarbugliava un fraseggio per molte volte di seguito, una quartina o qualcos’altro, il maestro indicava il cane con un dito e diceva: “Lulù lo farebbe meglio!”.

In questi casi Lulù, dalla gioia, sbavava e si rotolava per terra davvero come un cane.

Ma era nelle esecuzioni pubbliche che Lulù dava il massimo dello spettacolo.

Per nulla imbarazzata dalle luci o dalla presenza dell’autorità, né quelle politiche, né tanto meno quelle religiose, Lulù saliva e scendeva dal palco con la dimestichezza della grande cantante.

E quando la gente, entusiasta, lanciava verso di noi i confetti, Lulù, che ne andava ghiottissima, si accucciava sotto la pedana e, dopo averne acchiappato qualcuno a volo, lo sgranocchiarva rumorosamente, tra il divertimento generale: “trac, tra-tra-trac, trac ...

Quando invece era qualche banda rivale che ardiva esibirsi sulla nostra piazza, il comportamento di Lulù cambiava radicalmente.

Lulù, in questo caso, non saliva sul palco ma restava giù, tra la gente, e ogni suo movimento sembrava tradire il clima di sospetto e di ostilità verso l'intruso.

Con quel suo scoprire appena i denti, o con quel caratteristico modo di guardare il palco di sbieco, a suo modo Lulù interpretava l’umore generale, nel momento del più grave pericolo, per la banda, e per il paese.





Che tipo di musica avremmo sentito su questa piazza, ora, se a questo animale non fosse andata a genio Giuseppe Verdi e Rossini?

Onore quindi a questo cane, che sicuramente ha influito sul nostro gusto musicale e a cui io, fossi l'amministrazione comunale, intitolerei almeno un vicolo, o magari un piccolo monumento. 1

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(C)2014 Michele Andreoli
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