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racconto

CONFESSIONI DI UN SISTEMISTA

Vi sarà sicuramente capitato di leggere sui giornali delle cosiddette “nuove” professioni. Beh, il sistemista è una di queste. 1)

Il termine sistemista (gli americani dicono “system administrator”) viene naturalmente da sistema: “un insieme di elementi coordinati tra di loro in modo da formare un complesso organico razionale, soggetto a date regole”.

Nel nostro caso per “elementi” bisogna intendere i metri cubi (tanti, ma tanti metri cubi) di circuiti formanti l'unità centrale della Macchina, più le periferiche ad essa collegate; le “regole” sono invece quelle che noi chiamiamo il sistema operativo, cioè l'insieme di programmi che ne permettono il funzionamento.

In cosa consiste il lavoro del sistemista? Che differenza c'è tra un sistemista e, tanto per dire, un analista-programmatore?

A queste domande si può rispondere in maniera lunga o in maniera breve: io risponderò in maniera breve, perché scrivo nei ritagli di tempo che rubo qua e là, mentre aspetto che i nastri magnetici di salvataggio (tape backup) si riavvolgano.

La differenza essenziale tra il sistemista e gli altri utenti (che qualche volta noi chiamiamo utònti) è che il sistemista non utilizza mai la Macchina per i compiti per i quali è stata pagata.

Il nostro rapporto con la macchina è meno strumentale, meno venale di quello degli ingegneri o degli informatici.

I compiti del sistemista sono due: uno ufficiale (proteggere la Macchina dagli utenti) ed uno ufficioso (proteggere gli utenti dalla Macchina).

Il primo compito è il più facile. La Macchina vive in un luogo fisicamente separato, una stanza apposita, refrigerata, lontano dal Centro di Calcolo, dove invece ci sono gli utenti, e non vi si può accedere senza il mio permesso. Quello che devo fare è girare qua e là, stanza per stanza, e sorvegliare che gli apparati funzionino come previsto.

Il secondo compito è tutt'altra storia, ed è quello che mi espone alla critica, ogni giorno.

Partiamo dalla favola Numero Uno: si sente in giro che io non voglio prestare agli utenti i Manuali; che forse li ho addirittura distrutti; e che vado dicendo che la Macchina ideale è la Macchina spenta e altre amenità del genere. Queste dicerie sono il segnale di scollamento tra me e gli utenti, la cui origine è l'incomprensione.

Chi legge giudicherà se ho ragione o meno.

La Macchina che mi è stata affidata (o a cui io sono stato affidato, pensatela come vi pare) nonostante il grado di perfezione raggiunto dall’elettronica moderna, ha ancora un certo numero di necessità fisiologiche che richiedono la presenza dell'essere umano, e questo forse è un fatto che non tutti sanno.

Il tipo di intervento necessario è spesso di modesto impegno ma è bene che sia eseguito con quel tocco di religiosità che non guasta, affinché la pratica quotidiana non ne svilisca il significato.

Vi state senz’altro chiedendo se per un tale compito sia sufficiente la sola professionalità.

Naturalmente no, la professionalità non basta: per un tale compito ci vuole un talento e io, a giudizio di chi mi ha assunto, evidentemente questo talento lo possiedo.

La mia capacità si estrinseca meglio là dove ha maggiore effetto e cioè sull’utente avventizio, verso il quale io devo dirigere istituzionalmente i miei migliori sforzi e nel quale io devo inculcare il rispetto per la Macchina e per le sue delicate propaggini.

Ma dell’utente avventizio (che noi chiamiamo newbie), specie quello laureato, e della sua speciale psicologia, parlerò diffusamente più avanti in questo scritto.

Come è evidente da quanto detto, la mia presenza in Sala Macchine non ha origine direttamente dalle mie conoscenze che, anche se non richieste, non sono da buttare.

Non mi faccio illusioni: so bene che chiunque, dotato di capacità anche inferiori alle mie, può attivare una rete, fare salvataggi o disattivare la Macchina, ma quel che è veramente importante è che l’insieme di tutto ciò resti privilegio di pochi, possibilmente di uno solo.

Ad uno sguardo superficiale, il profano, o il visitatore ignaro, che scorgesse dietro un terminale la mia faccia solitaria, mentre i miei occhi, ebbri di radiazione, scintillano come led luminosi, certamente direbbe che la mia esistenza è più virtuale che reale e la vita di tutti noi qua dentro, guardando come vivo io, deve avere un senso più limitato del normale.

Per lui, io sono soltanto una specie di mezzobusto fuori dello schermo invece che dentro lo schermo, la cui immobilità, fatta salva la leggera vibrazione dei miei gomiti e l’ondeggiare fremente delle mie spalle, tradisce l’inutilità pubblica del mio servizio.

E per profano io intendo non soltanto chi vive fuori di qui e non ha mai avuto la ventura di sedersi davanti ad un terminale, ma anche tutti i neòfiti che si aggirano tra queste stanze, spesso cercando me, ancora più spesso perchè si sono persi tra i meandri della Sala Macchine.

Volendo riassumere con poche parole le otto ore che passo qua dentro, potrei dire così: ogni mia azione è un’azione che coinvolge una tastiera e un video. Le tastiere sono in realtà parecchie e si trovano in differenti luoghi, ma per comodità possiamo riferirci ad esse come fosse una sola.

Nessuna di queste azioni è realmente uguale all’altra ma ognuna di esse ha come fase terminale un processo in cui io batto una serie di tasti e dopo qualche secondo la Macchina mi risponde, scrivendo qualcosa sul video, in inglese.

Tra questi due momenti, tra quando io batto qualcosa e quando il Sistema mi risponde, sono racchiusi un certo numero di fatti su cui io stesso so quasi niente, ma questo non mi ha mai impedito di svolgere il mio lavoro.

Naturalmente, non sempre tutto fila così liscio: talvolta la Macchina risponde per enigmi, come l’oracolo di Delo, anche se qui non li chiamiamo così.

Al non‑iniziato sarebbe ben difficile interpretare questi messaggi senza il mio aiuto. E io stesso, parecchie volte, non li capisco, ma il postulante non se ne deve accorgere, pena la diminuzione di fiducia nei riguardi del Sistema.

Il lettore si chiederà che piacere posso trarre da un lavoro che, apparentemente, mi rende più simile ad un’appendice della Macchina che ad un essere umano.

Se potessi rispondere con un paragone un po' irriverente, direi che io mi sento come un sacerdote. Il mio accesso ai favori del dio è da subordinato come qualsiasi altro, è vero, ma da subordinato speciale: nessuno può scavalcare me in questa corsa verso l’epicentro della Macchina, ma deve arrivarci (sempre che io voglia) soltanto attraverso la mia persona.

Così come per i sacerdoti, il mio potere l’ho acquisito per delega. Semplicemente, gli altri hanno tutti insieme convenuto di rinunciare ad una parte delle loro potenzialità, in mio favore. Come i ministri del culto, io non ho né speciali attitudini per fare questo né speciali conoscenze, poiché ciò che io so è scritto su molti libri (i manuali), il cui accesso è però limitato.

Il mio potere è grande, dicevo, ma non è un potere usurpato, bensì concordato. Affinché il lettore comprenda bene questo punto, ritorniamo ancora alla metafora del sacerdote.

Per il religioso, la verità è scritta nei libri sacri per cui la funzione del sacerdote e della gerarchia ecclesiastica in genere non è incrementare la verità bensì regolamentarne l’accesso, evitando che possa giungere alla mente impreparata. Nel Medioevo questo implicava problemi enormi connessi alla riproduzione e alla conservazione di questa verità (il Verbo), sia alla corretta interpretazione della stessa; tutti compiti che, il Lettore comprende bene, non possono essere lasciati nelle mani di chiunque, pena il caos.

Ecco dunque spiegata l’origine storica di questa parte delle mie mansioni: la separazione tra questa stanza e le altre fu ritenuta così importante, fin dagli albori dell’informatica, da necessitare di un guardiano e quel guardiano sono io.

Di tanto in tanto arrivano qui grosse casse con i manuali aggiornati o nuove edizioni degli stessi. Ecco: questo è l’unico mezzo lecito con cui la nostra verità può essere soggetta a revisione. Ogni altro metodo è da considerarsi abusivo e pericoloso.

So bene che più d'uno qua dentro potrebbe leggere questi manuali incelofanati (che spesso io neanche apro) e comprenderli perfettamente.

Ogni tanto qualcuno di questi giovani gèni mi capita davanti, e allora ho occasione di poterli osservare a lungo, mentre con le due braccia mi tengo stretto ai due stipiti della porta; gesto col quale, più che con qualsiasi parola, io voglio mostrare quanto è effimera la loro scienza se non riesce neppure a condurli al di là dell’entrata, verso il corpo principale della Macchina.

Non è di questo che si tratta: l’accesso a questa verità non è limitato per motivi intrinseci, cioè inerenti alla difficoltà del contenuto. Anzi, dirò di più: vi sono qui dentro persone che hanno conoscenze sufficienti per riscriverli e migliorarli, questi stramaledetti manuali. Ma quanto più ciò è vero tanto più io devo essere vigile, perché l'idea che uno dei manuali possa contenere un errore è quanto di più pericoloso possa capitare ad una squadra di programmatori.

Per fare ciò io dispongo di strumenti che qualsiasi guardiano serie considererebbe insufficienti.

Tutto quello che io posso fare è 1) limitare l’accesso agli scaffali alle sole persone che ne conoscono l’esistenza 2) intraprendere ogni azione affinché il numero di costoro si mantenga il più basso possibile.

Per ottenere il primo effetto è sufficiente la mia nota scontrosità, il mio pessimo carattere, caratteristica innata ma che si è rivelata preziosa per il mio lavoro. Per il secondo effetto, basta dire che questa stanza, dato che la Macchina, ufficialmente, non è in grado di difendersi da sola, non si è mai distinta per la sua facile conquistabilità e io non ne ho migliorato le difese se non in qualche aspetto del tutto marginale.

Onde perfezionare la sua imprendibilità, abbiamo adottato una speciale schedatura per tutti i manuali la cui circolazione è considerata da sfavorire: sulla costola di ognuno di essi abbiamo apposto un adesivo con la dicitura System Reserved. I manuali dotati di questa dicitura, fermo restando che ciò è pur sempre considerato sgradevole, circolano sotto la personale responsabilità del latore, il quale ne risponde con la sua vita, informaticamente intesa.

Mi rendo conto come tale situazione possa essere percepita come in netto contrasto con le consuetudini in uso nel mondo della libera scienza, ma qui non siamo all'Università.

Lo so, lo so: pensare che trucchi come questi possano limitare la circolazione di un manuale o, addirittura, assicurarne la pronta restituzione, è comunque ingenuo. Ho ricevuto indietro manuali riservati anche tre giorni dopo, se non oltre!

Diciamolo: l’optimum sarebbe che questi manuali non fossero mai stati scritti, anche se appare paradossale. Ma i manuali esistono, dunque dobbiamo conservarli.

Il lettore deve comprendere che non è nostra reale intenzione impedire l’accesso ai manuali. Se davvero il mio compito consistesse solo in ciò, io stesso mi opporrei. Dico ciò in tutta serietà, conscio che il lettore è intrappolato in una contraddizione apparente. La nostra intenzione non è impedire ma limitare l’accesso agli stessi: la differenza non è quantitativa, ma qualitativa.

Impedire l’accesso, se anche ciò fosse possibile, andrebbe contro il nostro interesse, dato che svuoterebbe di significato l’intero sistema di conservazione degli stessi.

I manuali ci sono e noi desideriamo che l’utente abbia chiara coscienza che il manuale di cui necessita esiste, che è qui, da qualche parte, e che potrebbe consultarlo, se solo riuscisse a scavalcarmi. Il mio scopo è scongiurare l’insorgere di quella che io considero la più tipica forma di alienazione cui il programmatore è soggetto, e cioè l'idea che il suo codice possa non funzionare a causa di un errore del compilatore e non per i difetti che lui vi ha inserito.

Nel fare ciò io agisco esclusivamente per suo bene, perché so che la risposta ai suoi quesiti deve scaturire da se stesso, non da un manuale.

Diamine! Che ne sarebbe della Macchina se qualsiasi occhio indiscreto potesse impunemente scrutarne gli intimi recessi, alla ricerca di malfunzionamenti immaginari? Sarebbe il caos più totale.

Questo voler cercare nella Macchina la causa dei propri guai, invece che in se stessi, ha origine nell'ignoranza dei processi su cui è basato il suo funzionamento.

Se quest’ignoranza potesse essere colmata semplicemente con la lettura di qualche manuale, sarei ben lieto di assecondare le manie consultatorie degli utenti. Purtroppo ciò non è affatto vero, innanzitutto perché i manuali stessi contengono una descrizione puramente superficiale, fenomenologica della Macchina stessa. Testi spesso verbosi, ripetitivi, fuorvianti e dove le informazioni che realmente servono sono riportate in caratteri piccoli, in qualche pagina remota.

In secondo luogo, io non credo si possa davvero descrivere in forma comprensibile cosa avviene veramente dentro la Macchina, né credo che una tale descrizione sia mai stata tentata da alcuno.

Io non posso impedire che questi stati di disperazione di tanto in tanto non si creino, ma posso fare buona guardia affinché il sofferente non oltrepassi questo varco nella ricerca insensata di una medicina che non troverebbe, bensì torni al suo pacifico lavoro, con la mia benedizione.

La mia parola, per conservare questo suo effetto terapeutico, deve essere suffragata da un’autorità, non importa quanto fittizia: quest’autorità, checché se ne dica, sono i miei manuali.

Affinché questo mio potere duri nel tempo, il grado di impenetrabilità di questa stanza deve mantenersi elevato; impenetrabilità che, in un certo senso, constituisce l’essenza ultima della sua razionalità, poiché convincersi che una soluzione esiste, da qualche parte, forse in un manuale, è come averla trovata.

Mi dica, il lettore, se non è esattamente questo il compito del sacerdote? L’unica differenza che c’è tra me e il lui è questa: lui custodisce una verità speculativa, bisognosa di interpretazione, io custodisco una verità semplice, accessibile a qualsiasi intelletto. Ecco perché io sono costretto a conservare gelosamente la documentazione datami in corredo. E’ un’azione compensativa con la quale io ricostruisco artificialmente quella barriera psicologica che sempre deve separare la conoscenza dalla folla dei postulanti.



Ciò detto, spero che il tizio che ha sottratto il Network Administrator Manual dagli scaffali, l’altro giorno, si faccia vivo quanto prima, perché di questo manuale possediamo una copia soltanto2.


Centro di Calcolo

Alenia-Aeronautica

Settora Velivoli da Difesa

TORINO



1Questo racconto è piuttosto ..datato. Si riferisce all'epoca dei grandi calcolatori dipartimentali, prima dell'invenzione dei cosidetti personal computers. Il computer è quindi uno solo e le varie postazioni sono collegate all'unita' centrale attraverso una rete di cavi. Il lavoro del sistemista esiste ancora, anche se è piuttosto diverso da quello descritto qui, mentre quello dell'operatore credo sia del tutto scomparso (NA).

2 MATO 91

(C)2014 Michele Andreoli
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