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racconto


  1. Il canto degli uccellini



A Domenico non piaceva portare gente “alla masseria”, un posto pieno di cose di cui si vergognava terribilmente, a cominciare dal padre: un uomo talmente all'antica che ancora si ostinava a farla nei campi, all'aria aperta. Ora, poi, che il figlio se n'era andato a fare il ricercatore nel Nord, abbandonando la fattoria, il vecchio diavolo aveva messo da parte ogni ritegno e non perdeva occasione per ricoprirlo di sarcasmo.

E che dire della madre, che accoglieva gli ospiti senza neanche togliersi il grembiule da lavoro e che ancora distribuiva il mangime alle galline facendo “ti-ti ti-ti ti-ti”, tra il puzzo dei maiali che grufolavano nella porcilaia?

Ma il peggio del peggio era lui, il terribile “tabernacolo”, posto in un angolo remoto della masseria e che il padre s'era sempre rifiutato di abbattere, anche quando ormai la masseria non era più “una masseria” da un pezzo, ma era dotata di tre bagni con le maioliche.

No, il vecchio burbero aveva voluto che quella specie di cabina telefonica, fatta di quattro pali conficcati nel terreno, col suo rivestimento di vecchi stracci e la coperta penzolante sul davanti, rimanesse al suo posto, per ricordare al figlio chi erano i Gallarà e da dove provenivano.

Ma a Ernestina, la brillante redattrice di una delle riviste di viticoltura più lette nelle Langhe e sua promessa sposa, l'idea di stare in città per tutto il tempo non le era piaciuto e così, mentre le ruote dell'auto avanzavano a fatica nel fango e il fumigare acre dello stallatico emergeva vaporoso dai campi, la fanciulla si presentò alla fattoria.

Domenico fece di tutto per impressionarla. Non era facile corrompere Ernestina, ma egli sperava in una sua recensione favorevole che avrebbe contribuito al rilancio imprenditoriale dell'azienda e, in fondo, del loro futuro matrimonio.

Le fece vedere ogni angolo della tenuta, gli annessi agricoli, le cantine e le macchine per imbottigliare il vino. Poi, sempre tenendola ben lontana dal “tabernacolo”, la portò nel fienile, dove le parlò di uova, della loro forma e del loro colore. Alcune uova furono prese e fatte toccare, ancora calde alla giovane visitatrice, che si ritrasse inorridita.

Poi le parlò di mucche, di latte, di sacchi pieni che vanno e sacchi vuoti che ritornano, di lune che calano e di lune che crescono e nel sentirla così conquistata a queste cose, tanto più meravigliose a raccontare che a farle, Domenico non ebbe dubbi: la recensione di Ernestina sarebbe stata favorevole.

Tranne le due volte in cui il vecchio Gallarà le era passato davanti con una carriola carica di sterco fumante e le aveva lanciato un'occhiata di fiammeggiante noncuranza, Ernestina aveva ascoltato Domenico senza mai distrarsi.

Ma doveva succedere, e successe: ad un certo punto, nel loro vagabondare per la tenuta, la ragazza finì di fronte al tabernacolo, che si ergeva lì, seminascosto dallerba, imperturbabile come un monumento.

Domenico la trascinò subito via, stordendola con racconti di mietitura e dicerie di campagna, ma Ernestina ormai non smetteva di cercare con lo sguardo la misteriosa costruzione di legno.

Come spiegare a C. Ernestina, vissuta per lo più in residenze sabaude e collegi gesuiti, che gli uomini fanno i loro bisogni su un vaso di porcellana soltanto da qualche secolo? Come spiegare a lei, che per la sua tesi di laurea su John Fante s'era potuto permette un viaggio negli USA, che anche quel Domenico Gallarà che ora lei teneva sotto braccio, lo stesso con cui aveva tradotto insieme Virgilio, anche lui qualche volta disdegnava la tazza bianca della “casa nuova” e se ne andava a farla sotto un albero, tra il canto degli uccellini?

Domenico, per distrarla, decise di farle visitare un posto che adorava: la grande vasca d'acqua piovana situata nel punto più alto della proprietà e che serviva un tempo per irrigare.

Ma portarla così in alto fu inutile: ad Ernestina, ormai, di tutta la tenuta, interessava soltanto la maledetta costruzione di legno marcio.

Dài! Dài! Dimmi cos'è quella casetta!, diceva la fanciulla.

E a quel punto, a Domenico venne l'idea.

Ernestina..., le disse,ehmhai visto i miei due cani, Atos e Pathos, quei due bestioni che gironzolano dappertutto? Ecco … per evitare che per i loro bisogni vadano nel grano o nellavena o che li facciano davanti casa, abbiamo insegnato loro, fin da piccoli, a farli in questa baracchetta. Ecco tutto.

Ma non aveva ancora terminato la frase che la baracchetta vibrò e sulla soglia apparve il vecchio Gallarà, con un pezzo di giornale in mano e il solito ghigno beffardo in faccia:

“Si accomodi, signora ...”.

III

Sì sì, andò come lo immaginate. Non solo l'articolo di Ernestina non fu favorevole, ma poco alla volta andò tutto in malora, compreso il matrimonio.

Ernestina scappò con un architetto e andò a vivere a Ciriè, sopra Torino; Domenico (che a causa del blocco del turn-over, non era mai riusciuto a a superare il concorso per professore associato), lasciò definitivamente la topologia e tornò a vivere nella tenuta del padre, dove per un po' si occupò ancora di vino, mentre i debiti dell'azienda crescevano senza controllo.

Ma più volte, sul far della sera, ormai vecchio, seduto davanti alla masseria con un pezzo di giornale in mano, Domenico ripensò a lei, alla bella Ernestina.

Chissà, diceva tra e sé,se qualcuno si è mai preso la briga di spiegarle che i cani, ringraziando Iddio, la fanno ovunque si trovano e che questo non reca nessun danno alle colture e che il sottoscritto pure, se potesse, la farebbe sempre come loro, libero, al canto degli uccellini, o sotto il cielo stellato, respirando laria frizzantina del mattino!.


(C)2014 Michele Andreoli
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