Biografia (semsieria)

NOTIZIE BIOGRAFICHE (SEMIFERIE)

I PARTE

Nacqui, relativamente giovane, molti anni fa, in un piccolo villaggio del Sud Italia, Luogosano; uno di quei piccoli paesi dove, nell’eterna siesta estiva, il sole batte sempre a perpendicolo sulla testa degli abitanti.

Dopo questo riferimento alle estati in paese, l’Incauto Lettore potrebbe credere che d’inverno fosse meglio. Niente di più sbagliato.

Ricordo ancora con tristezza certi capodanni, in piazza, sotto i portoni dei bar, a lanciarci uno contro l’altro piccoli petardi, mentre qualche fanciulla scappava esterrefatta.

Quando io ero ragazzo a Luogosano c’erano soltanto quattro cose: il fiume, la ferrovia, la banda e la Democrazia Cristiana.

Ora le cose sono un po’ cambiate: il fiume è talmente inquinato che sembra vi abbiano parcheggiato la EXXON Valdez; la ferrovia è chiusa e sui binari pascolano le pecore; la banda si è sciolta e gli strumenti giacciono abbandonati. Beh, se vi state chiedendo quali delle quattro cose è rimasta in funzione senza interruzione fino agli anni 90, forse è meglio che smettiate di leggere, amici miei 🙂

Non avendo ancora ben chiare le idee, come primo passo mi buttai nello studio del catechismo, dove ottenni subito buoni risultati. Ma, saranno state le cattive letture, i troppi locali notturni o le numerose discoteche che c’erano a quel tempo a Luogosano, il mio impegno non fu sufficiente a fare di me un buon democristiano. Troppe distrazioni!

Scelsi quindi di entrare nella banda: dapprima col sax (tenore), e successivamente col clarinetto (Sib).

La musica ci fu insegnata come si fa col nuoto: ci buttarono in acqua e scelsero quelli che, dopo mezz’ora, ancora galleggiavano.

La banda fu un’ottima idea: d’estate, invece di stare a grattarmi per tutto il tempo, viaggiavo qua e là , in pullman, per le varie feste di paese, in un turbinio di questue, statue di santi e processioni.

Invariabilmente però, con la puntualità  delle stagioni non amate, l’inverno ritornava e con esso la noia. Niente feste, niente viaggetti in pullman. Al massimo, qualche servizio funebre con la banda, a Frigento, Villamaina o a Mirabella.

Il Gentile Lettore si starà  certamente chiedendo: “All’anima del paesetto del Sud. Questi si fanno seppellire come i capi di stato del Patto di Varsavia!”.

Non esageriamo. Avere la banda al proprio funerale, qui da noi, non era roba da ricchi. Anzi. Mi feci più funerali in quel periodo, che nel resto della mia vita (ringraziando Iddio :-))

Il problema è che in questi paesi, complice lo scarso livello di riscaldamento delle abitazioni, appena arriva l’inverno gli anziani sviluppano una incredibile propensione ad andarsene all’altro mondo. E la banda aveva questo scopo: alleviare il trauma del trapasso ai sopravvissuti.

Scommetto che a questo punto ti piacerebbe un bel link dove scaricare qualcuna delle marcette che suonavamo a quei tempi, in formato MIDI o magari MP3, quindi: clicca qui, se ci riesci!

Del repertorio più propriamente funebre è meglio tacere, anche perchè non mi riesce di trovare niente in formato MP3, e non capisco come mai. Forse, questo tipo di musica non tira. Non sono riuscito a trovare né Una lacrima sulla tomba di mia madre, nè quella che, secondo me, era veramente il “non plus ultra” in fatto di lirismo necrologico: Tramonto tranquillo. Mah, che ti devo dire … Se proprio ti interressa una delle due, magari la cerco e te la mand via email, va bene? (scherzooooo!!!!)

***

Ad un certo punto, venne il tempo del Liceo ed anche a me, come ai miei compagni, toccò scegliere tra lo Scientifico e il Classico. Scelsi il primo.

E qui, come dice Alex nel film Arancia Meccanica, ebbe inizio la parte lacrimevole della mia storia: quando vidi che Enzo D’Amelio (un compagno di banco della 1B) conosceva tutti i 14 modi per tradurre la proposizione causale in latino, mi accorsi che noi di Luogosano eravamo di gran lunga i più ignoranti e, diciamolo pure, i più zoticoni di tutta la classe.

Contrariamente a quanto i genitori (e il prete) credevano, eravamo così ignoranti che ai professori apparivamo come un blocco unico, uniforme. Altrimenti non si spiega come mai si riferissero a noi sempre con espressioni collettive del tipo “quelli di Luogosano …”.

Cosa cavolo avranno mai voluto dire?? Mah!

***

Finito il liceo, venne il momento dell’Università  e io decisi di iscrivermi alla facoltà  di Fisica, a Pisa.

Fu questo il mio primo atto migratorio propriamente detto, e fu pertanto nella direzione normale per noi meridionali, e cioè dal Sud verso il Nord: il mitico, ricco Nord che avevo visto in televisione, con i suoi marciapiedi sempre puliti,  i cartelli stradali senza fori di pallottole, le cabine telefoniche funzionanti e le potenti ciminiere svettanti, nei cieli sempre meno blu.

Pisa, anche se non era poi tanto a Nord quanto pensavo, fu per me una grande avventura. A Pisa imparai a provvedere a me stesso il che, tradotto in parole semplici, significa che dovetti lavarmi le mie prime mutande da solo.

I primi mesi abitai in una pensione nei pressi di Piazza dei Miracoli, dividendo la stanza con uno studente iraniano di nome Amir. Lui non conosceva l’italiano, io non conoscevo l’inglese.

Stavamo zitti per ore.

Ricordo che certe volte, la sera, stesi ognuno nel proprio letto, presi dalla disperazione, imprecavamo ognuno nella propria lingua: lui in iraniano, io in dialetto napoletano!

Oddìo: io imprecavo, ma lui magari forse pregava, non so … ormai, è troppo tardi per scoprirlo.

***

Un giorno, Amir tornò a casa, entrò in camera e si mise a studiare come se niente fosse. Ma io, sapendo che quel giorno sarebbe venuta sua moglie, direttamente da Teheran, gli chiesi:

“Amir, ma tua moglie non è arrivata?”.

“Certo che è arrivata. Stamattina.”, disse lui.

Lo guardai stupito. “E dov’è ora?”

“Qua fuori!”, rispose lui.

Aprii la porta, girai la testa e … sì, la moglie di Amir era fuori, in piedi, appoggiata al muro che mi sorrideva.

“Non entra?”.

“No”, disse Amir.

Mah, usanze diverse, pensai. Questi islamici!

***

Finita l’università, la mia migrazione riprese.

Dopo una breve tappa a Zurigo (dove feci per un po’ l’insegnante), approdai infine nella splendida capitale sabauda: Torino.

Qui mi fecero sedere davanti ad un signore con la cravatta, che cominciò subito a farmi domande pazzesche tipo: “Lo sai cos’è un tubo di Pitot? Sai cos’è il calcolo parallelo? Conosci per caso le equazioni di Navier-Stokes?”.

Finito con questo, arrivò una simpatica signora, addetta alla Selezione del Personale per conto dell’Aeritalia (ora Alenia), la quale mi fece un mucchio di altre strane domande tipo: “Ti piace lavorare in gruppo?”,”Ti ritieni una persona tenace?”, etc.

Quando infine mi chiese “Cosa ti fa più paura nella vita?”, ah beh, risposi di impeto: “La miseria”.

Ohibò, doveva essere la risposta giusta, tant’è che la signora decise che io andavo immediatamente assunto.

E non solo fui assunto, caspita! Da un certo punto in poi, con una regolarità che ha del miracoloso, cominciarono a corrispondermi anche uno stipendio. Il mio primo stipendio!

Mi sembrava così incredibile di avere quei soldi tutti per me,  che li spendevo subito, prima che me li rivolessero indietro.

Che vita, ragazzi! Mi alzavo presto la mattina e mi fiondavo in quella maledetta tangenziale, per il mio corpo-a-corpo mattutino con gli altri automobilisti.

In compenso però potevo studiare dall’interno quella forma di organizzazione umana che è la moderna azienda e che dalle mie parti non avevo mai visto prima.  Insomma, guardavo i miei colleghi e mi stupivo: non potevo credere che un così imponente consorzio di esseri umani potesse reggersi in piedi da solo, senza precipitare periodicamente nel caos.

***

Visto che intanto l’età  avanzava, a Torino presi anche moglie, ma solo per riprendere la mia migrazione, questa volta in direzione opposta.

 II PARTE

Per scrivere la II Parte, dovrei aspettare che si concluda, ma ….

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